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Parte III


Camminando davanti alle scale che salivano, sotto di esse, notai che la parete era crollata, ma non ci feci troppo caso.

Ero io quella in avanscoperta, in questo caso. Jane era ancora indietro. Ciò che vidi mi riempì di domande e di risposte che non volevo fossero quelle. Il pavimento era di terra e accanto alla parete era stata scavata una buca lunga almeno un metro e mezzo, larga e fonda almeno poco meno di un metro. Lì vicino una carriola vuota e un mucchio di terra e pezzi di calce bianca. Una pala e un rastrello. Rimasi muta, immobile, a pensare a quella cosa che era piuttosto ovvia. Ma decisi di aspettare Jane, e vedere se arrivava alla mia medesima

deduzione.

Una volta vicino a me si fermò, e guardò muta.

«Le dimensioni sono quelle per…».

Esatto. «Per nascondere un corpo».

Due teste. Stesso pensiero. Un caso?













alcune cose! Dov’erano le macerie del muro crollato? Nel mucchio di terra nella stanza in cui Jane ancora c’era, assieme alla terra di quel secondo buco. La carriola? Serviva per trasportare i detriti dal secondo buco alla stanza del primo. Tutto tornava.

Proseguii a ritroso, piano, tornando nella stanza precedente.

«E’ aperta!» mi riferì e la raggiunsi.

Ritornammo nel salone principale, ritornando anche nella dimensione di prima. Di nuovo, il caldo era pesante. Addio fresco!

Scendemmo dall’altra parte della casa. Davanti a noi c’era un’altra porta. Chiusa. Ci girammo, oltrepassammo le scale lasciandole alla nostra sinistra e notammo subito che qualcuno stava facendo dei lavori. C’erano pali di ferro, ruggine, che sorreggevano il soffitto e delle specie di parabole nelle travi in alto. Forse delle luci. In fondo, dall’altra parte di quella grande stanza che stava esattamente sotto al salone principale, brillava una luce, rossa come il sangue.

«Che sia l’allarme?» chiesi.

«Boh. Evitiamo di andare per di qua» disse. La seguii sulla destra, dove il muro nascondeva quella luce ed entrammo in altre stanze. Avanzammo di lì. Una decina di minuti dopo ci trovammo di fronte ad un muro con una porta sulla destra. Lei entrò, mentre io ricordai che, dietro a quella parete, brillava quella luce crudele. Allarme? Telecamera? Sensore di movimento? Non so sapevo, ma ero decisa a scoprirlo!

Con il flash basso, il giusto per evitare di inciampare, scivolai con la schiena alla parete, allungai la testa e sbirciai. Quel dannato LED non era altro che il contatore! Ovviamente, spento. Raggiunsi Jane e le riferii la scoperta. Lì a terra giaceva una bottiglia di candeggina sporca. Ricordammo la conversazione di qualche ora prima, quando in auto stavamo raggiungendo la villa.


«E se c’è qualcuno che ci aggredisce?»

«Lo facciamo fuori, chi è che lo verrà a scoprire? Dovremmo però buttare i vestiti e le scarpe»

«Dobbiamo anche cercare di non lasciare impronte in giro»

«Se ci graffia è un problema perché rimarrebbe il nostro DNA sotto alle sue unghie. Anche se potremmo tagliargli le mani e immergerle nella candeggina».


Entrambe lo pensammo, ma non osammo dire una parola.

Fu proprio adesso, che forse sbagliammo. Fu adesso, che vedemmo ciò che non avremmo dovuto vedere.

Fu in mezzo a questa stanza che trovammo un sacco nero, aperto. Jane lo aprì con un piede per sbirciare il contenuto. C’era un altro sacco all’interno che conteneva degli stivali di gomma di un inesorabile verde pallido. Erano puliti. E fu esattamente mentre il sacco veniva spostato che lo notammo. Era un liquido rosso. Stava correndo sulla plastica nera, si unì ad un altro liquido trasparente e scuro; ci raggiunse un odore indecifrabile e per niente gradevole.

Entrambe ci fermammo un attimo, chiedendosi se davvero era quello che stavamo pensando.

«Ma è… sangue?» mormorai, come se il proprietario degli stivali fosse ancora lì.

«Non lo so…» credo che la risposta fosse “Sì”, ma faceva più paura da dire e da sentire. «Sembra misto a piscio».

C’era silenzio, troppo. Le nostre menti correvano, fantasticavano, collegavano la buca di prima con il sangue, gli stivali.

Ma dentro c’era dell’altro e fu lì che capimmo che la nostra vita era in pericolo. Sembrava che un terzo sacco contenesse uno straccio.

«Prendi i guanti dal mio zaino» mi disse.

Ne presi uno e lo infilai. Dal sacco estrassi una pezza verde. Notavo una scritta, ma con un solo guanto faticavo a rigirare la pezza tra le mani. Dubitavo fosse importante, ipotizzai si trattasse della marca, ma poi riconobbi la croce e la scritta “Dipartimento Sanitario”. La lessi a voce alta e ci guardammo.

«Il sangue è fresco. Con questo caldo avrebbe dovuto asciugarsi in poco tempo» notai «questo… “medico”? Doveva trovarsi qui poco fa».

«Non me lo dire o mi vengono i brividi!» esclamò.

Era molto, molto strano.

Pericoloso.

Decisi che avevo visto abbastanza e riposi il guanto nello zaino mentre lei tentava con il piede di rimettere a posto lo straccio.

«Non credo serva: non credo torneremo ancora».

Però pensandoci poi, aveva infinitamente ragione a voler rimettere tutto come prima. Sarebbe stato meglio che il presunto medico non avrebbe trovato differenze da come aveva lasciato il tutto.

«Mafia?» chiese «Se dovevano togliere una pallottola da un uomo?»

«Ma la buca?» ci fu del silenzio. «Cosa facciamo a questo punto?»

«Non lo so».

Altro silenzio, prima di proporre: «Direi di finire in fretta e poi andarcene. Non ci manca ancora molto da visitare e se fosse ancora qui ci avrebbe già raggiunto e ammazzate».

Quello che poi, una volta a casa, mi dissero, era che il medico avrebbe potuto osservarci, per vedere se potevamo essere una minaccia, e poi seguirci.

Un’altra cosa da brividi era che il medico poteva esserci stato lì quel pomeriggio. Scavato la buca per poi uscire a prendere il corpo. Quindi, poteva essere di ritorno da un momento all’altro, soprattutto perché eravamo lì dentro da almeno due ore.

«Dai, muoviamoci» disse.

Fu uscendo che Jane notò un’altra cosa: sullo sgabello appena prima dell’uscita da quella sala poggiavano due confezioni di guanti medici sterili monouso. Vuote.

Prese una confezione in mano. Ne dovevano contenere uno o due.

«Scadenza 2016» lesse.

«Le impronte digitali…»

«Almeno non siamo schedate».

Che magra consolazione. Vera, ma magra.

Volete sapere altre due cose strane? Non c’erano i guanti. Da nessuna parte. Li aveva usati, aveva fatto quel che doveva fare, e li aveva tenuti con lui per evitare di abbandonare altre prove in giro.

La seconda stranezza è che non c’era nemmeno un granello di polvere sopra a quelle confezioni. Erano pulite, e nuove; aperte da poco. Recenti.

«Potrebbe aver usato i guanti per scavare la buca e così non lascare impronte» ipotizzò. E, se era davvero così, la buca era stata scavata poco prima.

Non aveva senso continuare a lanciare supposizioni, così stavamo solo perdendo tempo, quel tempo che ci avrebbe permesso di vivere. O di sopravvivere.

Certo, lo so bene che saremmo dovute andarcene esattamente in quel momento. So bene che io sono la prima a insultare chi, nei film horror, si trovavano a fare cose stupide. Come quella che stavamo facendo noi.

Ma noi avevamo coraggio.

Ritornammo al salone principale, stavamo salendo un’altra volta ma Jane si fermò, ancora a litigare con altre ragnatele. Sembrava sul punto di voltarsi e tornare indietro.

Nuovi rumori. Entrambe immobili a metà delle scale, indecise se fuggire o proseguire. Ci mancava poco, così poco da visitare, che abbandonare quella “spedizione” ci sembrava talmente un peccato, che decidemmo di attendere.

Il rumore mutò in un raschiare veloce, che io interpretai come i zampettii di un ratto.

«Bleah, i topi, questa no!» esclamò.

E io concordavo. Eccome se concordavo! L’interno di quella villa era quasi totalmente ricoperta di polvere e di cacche di uccelli. L’odore era fastidioso in ogni momento. Aggiungiamoci i topi, e potevamo benissimo considerarci con la rabbia, la colera e la peste.

Ricordatemi di ordinare due bare non appena finisco di raccontarvi.

Jane finalmente decise di procedere ma fu attaccata! Un piccione particolarmente arrabbiato decise di bombardarla in un attacco aereo. Missione compiuta, bersaglio centrato! Quel piccione avrebbe preso una medaglia d’onore per aver difeso la patria piumata.

Lei urlò e batté in ritirata, sconfitta. «Via via, basta! Io non salgo, vaffanculo!».

Mi spiace per lei, ma risi. Mi aveva anche liberato la strada dalle ragnatele. Di nuovo.

Grazie, Jane!

Sulla destra c’erano due stanze vuote. Nella prima vidi un piccione, nero come la pece, rintanato e nascosto in una rientranza nella parete. Mi dispiaceva per lui, sembrava terrorizzato e tentava di nascondersi.

Mi spaventai per un attimo quando vidi nell’altra stanza il pavimento bagnato. Bagnato, come per il sangue, significava recente. Ma lì non c’era nessuno, e allora guardai in alto. Dedussi che poteva essere stato un pipistrello. Decisi che era stato un pipistrello.

Mancava l’ultima stanza. Per arrivarci superammo –vi prego di perdonarmi per l’immagine- montagne e montagne alte di escrementi di uccello. L’odore era nauseabondo e al solo pensiero vorrei vomitare. Fidatevi, il mio vomito sarebbe di gran lunga più gradevole e profumato. Mi sento sporca anche solo a ripensarlo… voglio farmi una doccia.

L’ultima sala ospitava parecchi comodini e una specchiera appoggiata a terra. Anche qui, ogni cosa era ricoperta da uno strato di lerciume. Di malavoglia, Jane aprì il cassetto di destra, ed era vuoto.

«Déi, che schifo…!».

Stava per aprire il secondo, ma mi sembrava più che giusto dividere la pena. Vuoto anche questo.

Dovevamo ispezionare tutto ma in velocità. Anche se, visto le condizioni di ogni cosa presente, toccavamo il giusto necessario. Lei aprì due dei cassetti dei comodini, ed il primo conteneva un pezzo di stoffa arancio. Era inutile.

Altri rumori da un piano inferiore, e non sembravano gli uccelli questa volta. L’avvisai.

«Andiamocene subito» mi rispose.

«Aspetta, l’ultimo comodino».

Era rivolto verso un altro e per girarlo usai il piede. Mi faceva troppo schifo toccarlo. Stava per cadere e mi disse di prestare attenzione: non era il caso di fare rumore, e nemmeno che cadesse, visto il pavimento altamente instabile. Mentre con un piede lo tenevo in equilibrio, altrimenti sarebbe finito a terra, con due dita aprii il cassetto. Vuoto pure quest’ultimo. Lo lasciai piano, e si appoggiò agli altri, obliquamente.

Basta. Era l’ora di uscire senza ulteriori indugi. Notammo che nella parete davanti alle scale qualcuno aveva scritto parecchio con una matita.

«Che sia una sorta di diario del Medico? Magari è un pazzo».

«No», rispose dopo aver esaminato le scritte «è quello che doveva fare, giorno per giorno, un operaio che lavorava in questa casa».

Mi spiace, ma per qualche motivo io davvero non ero in grado di capire le scritte. C’erano numeri, parole, ma per qualche motivo, quelle, non le capivo minimamente.

Scendendo notammo una porta che non avevo visto prima. Era bloccata da altre due, scardinate, per cui era inaccessibile. Avrei voluto spostarle entrambe, ma per qualche motivo sentivo che non era il caso. Forse avremmo fatto troppo rumore, o forse mi sarebbero scivolate e ci saremmo fatte del male. Puntai la torcia in quel poco che ci era possibile vedere. C’era qualcosa, ma niente di così rilevante. O era quello che pensai per la fretta di uscire.

Proseguimmo a ritroso le stanze ed eravamo fuori.

Mi fermai. «La porta è stata scassinata?»

Lei la guardò. «Sì».

«Dev’essere stato il medico…». C’era solo una cosa che non avevamo esaminato, e io volevo sapere cosa contenevano! «Non abbiamo controllato i sacchi!».

Di nuovo, senza pensare alle conseguenze, mi precipitai all’interno. Per quanto mi riguardava il pericolo stava dentro, non fuori, quindi preferivo tornarci io anziché Jane.

Mi seguì e con la sua ascia aprimmo uno dei sacchi chiusi. All’interno ce n’era un secondo che conteneva della terra. Cosa ci sarà mai di così strepitoso in della terra?, direte voi. Ebbene, la terra era fresca. Quindi portata lì da poco. Probabilmente per chiudere la buca, o le buche. Non aprimmo tutti i sacchi, ma sotto ai nostri piedi la consistenza era sempre la medesima.

Di nuovo fuori. C’era una pioggerella leggera, e gli stessi lampi di prima. Le mie gambe, graffiate dai rovi, iniziarono bruciavano parecchio. O forse lo facevano già da prima ma non me ne ero resa conto. La freschezza dell’erba e dell’acqua davano quasi sollievo. Quasi, perché il dolore non dininuiva.

Ritornammo al buco che avevamo aperto nella rete e mi sembrava più stretto di prima.

«Ma ci passo?».

Lei, giustamente, rise. «Come ci sei passata prima ci passi anche adesso. E, sempre come prima, gli zaini in avanscoperta».

Eravamo fuori.

E salve.

Chissà, forse davvero il Medico sarebbe tornato da un momento all’altro.


Giunti in auto presi una vecchia bottiglia e ci spartimmo l’acqua per pulirci almeno le mani. Ci sentivamo sporche come non mai, e mi sento ancora così se penso a dov’eravamo state.

«E adesso, cosa si fa?» le chiesi «Ci torniamo? Cosa facciamo con il Medico, perché potremmo anche sbagliarci». Ma nessuna delle due pensava che ci fossimo sbagliate.

«Intanto ci stiamo lontane per almeno un mese. Poi direi di tornare e controlliamo la buca»

«Se è piena?»

«Scaviamo!».

Rimasi per un attimo in silenzio. «Sei seria?»

«Sì.» Rispose come se fosse la cosa più naturale del mondo «Se è stata riempita noi la svuotiamo. Cerchiamo il corpo, se c’è, e facciamo le foto. Mandiamo tutto alla polizia in anonimo».

«Dobbiamo andare con armi migliori, non con una mazza da baseball e una accetta» risi.

«Dobbiamo!» rise anche lei.

Il giorno seguente abbiamo analizzato le foto e fatto ricerche sulla villa in questione. Nelle foto, in ognuna, si vedono molteplici visi e sagome. Riguardo alla villa, invece, dicono che ci sia un passaggio che la collega ad una chiesa, e lì si trova il tesoro di non ricordo quale santo.

Qui finisce il mio racconto, per ora. Poi, chissà, potremmo anche tornare e sfidare la sorte un’altra volta. Per la verità e per il tesoro.

Nel caso, scriverò la seconda parte, qual’ora ci fosse davvero qualcosa da scrivere.

Un’ultima cosa: davvero, sembrava di essere un film horror, eppure io non avevo paura. Probabilmente per l’adrenalina che mi scorreva per le vene, non lo so.

Comunque ci vuole coraggio per entrare in una villa abbandonata e girarla tutta. Ce ne vuole ancora di più per tornarci, dopo aver scoperto il nascondiglio del “Medico”.

E noi, di coraggio ne abbiamo.

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«Fai una foto» mi disse, e ne feci due.

Adesso eravamo tese, all’erta più di prima. Potevamo sbagliarci, come no.

Mentre lei tentava di aprire con l’accetta la porta scura di quella stanza che ci avrebbe permesso di procedere, io tornai indietro. Non era saggio, non lo era per niente con un forse-assassino nei probabili paraggi. Come metodo di sicurezza davo dei colpi in giro con la mazza da baseball, in modo che Jane potesse sentire che ci fossi ancora. Se smettevano, io non c’ero più. Anche lei, tentando di aprire la porta, faceva alcuni rumori e quindi stavo ben attenta che non smettessero. Forse avrei dovuto avvisarla di questa comunicazione con i rumori che avevo indotto…

Comunque, notai subito che la parete, sotto alle scale, non era crollata come inizialmente avevo pensato, ma ben sì abbattuta. C’era un’altra buca, meno precisa dell’altra, forse anche per lo spazio ridotto, e una pala. Solo adesso capisco

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