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Parte II


Jane emise un grido flebile ed era ancora fuori, da sola! Eppure ero sicura che fosse entrata assieme a me. Corsi da lei, questa volta temendo davvero. Era ancora sotto al porticato, le chiesi cos’era accaduto ma, posso giurarvi, lei aveva risposto però io non ricordo nemmeno una parola. Forse non capii nemmeno in quel momento la sua risposta. Ma vidi che stava bene, e mi bastava. Credo che stesse litigando con altri ragni da guardia, che più o meno avevano la stessa funzione dei cani da guardia.

Finalmente con la torcia che puntava in avanti, e la mazza da baseball alzata per difesa, avanzammo dentro alla casa. Sulla sinistra c’erano due stanzine grezze senza soffitto, sembrava una doccia e la sua anticamera. Per lo più vuote. Rimaneva nella prima i resti di un lavandino, e nella seconda una maniglia di metallo appesa al muro e altri pezzi tondi e piatti di metallo.

Proseguimmo per le stanze sulla destra e pensai che quella non sembrava per niente una casa che era stata di valore. Evidentemente, speravo, che avremmo trovato poi le stanze a modo, come una villa avrebbe dovuto avere.

Vedemmo subito dei sacchi neri e chiusi, tre, mi pare. Li pestai per vedere cosa potevano contenere.

Ho visto qualche film horror e, in genere, dei sacchi neri in una casa abbandonata potevano significare solo una cosa: un umano a pezzi. Però noi non eravamo in un film horror. E poi, dov’era l’odore di putrefazione? Jane stava pensando alla medesima cosa in quel momento.

Il mio piede sprofondò in qualcosa di morbido e malleabile. Non sembravano pezzi di una persona; nulla d’importante per cui. Alle nostre spalle c’era una credenza di legno scuro e mentre Jane iniziava ad esplorarla io proseguii ad ispezionare la stanza. C’era una vecchia stufa con delle uova di ragno e altri oggetti senza importanza. Poco dopo mi trovai un bozzolo grigio trai capelli, probabilmente c’ero andata a sbattere entrando nella stanza.

«Ho trovato qualcosa» disse.

La raggiunsi e sul cassetto di destra potemmo osservare una mattonella sporca, forse era bianca, e un piatto, decisamente più pulito. La polvere e le ragnatele non avevano risparmiato nemmeno lì. Mentre lei osservava la mattonella con la scritta: “Marca Corona” sul retro, io presi il piatto. Era semplice, non troppo grande.

«Che possa valere?»

«No, ma le mattonelle a volte sì. Poi dovremmo controllare. Te lo metto nello zaino».

Misi al suo posto il piatto. A pensarci ora mi sto pentendo di non averlo preso: era sempre un souvenir. Magari la prossima volta lo raccoglieremo.

Pensai alle chiavi dell’auto, che le avevo risposte più o meno a caso nello zaino. Lo tolsi e iniziai a frugarci, pensando di prenderle e chiuderle in una tasca più comoda, in modo che fossero già pronte per quando avremmo finito lì dentro. Però abbandonai subito l’idea poiché avevamo almeno tre minuti a piedi per arrivare all’auto, una volta fuori: potevo recuperarle in quei minuti. Non mi soffermai a pensare, però, che nel caso ci saremmo trovate a scappare ci sarebbero servite immediatamente.

C’erano delle finestre ma erano state murate. Non potei fare a meno di domandarmi: «Volevano tenere qualcosa all’interno, o all’esterno?»

«Probabilmente le avevano murate durante la seconda guerra mondiale, per evitare che si vedessero le luci da fuori».

Era plausibile, e lo rimase fino a che, il giorno seguente, m’informai. Durante la seconda guerra mondiale quella villa era usata dai Tedeschi come ricovero per i loro feriti. Ovvero che non avevano alcun motivo di murare le finestre, dal momento che apparteneva a loro. Inoltre, scoprimmo poi, che non tutte le finestre erano state murate. Lo dico ora perché poi non ci pensammo più.

C’era un’altra porta, ma chiusa perfino quest’altra.

Finita la ricognizione in quella stanza ci restavano i piani superiori: davanti a noi c’erano delle strette scale di un legno pallido. Le assi erano crepate e inclinate. Le guardammo per un attimo: non avevamo pensato che potevamo trovarle in condizioni così precarie. Sembravano davvero pericolanti.

«Vado prima io», mi disse «controllo se sono sicure».

Non mi piaceva l’idea che andasse prima lei. «Sei sicura? Non è un problema»

«Stai tranquilla».

Iniziò a salire con cautela. Passo dopo passo e l’accetta in mano. Guardavo dove metteva i piedi e notai come il legno si piegava pericolosamente sotto il suo peso. Però, sembravano reggere. La seguii, poco sicura di quelle scale. Jane si fermò improvvisamente e guardò in alto. Aveva sentito dei rumori. Rimanemmo in ansia, temendo di trovarci di lì a poco a dover usare quelle armi. Ora, il silenzio era totale, quasi potevo udire i nostri respiri. L’aria era calda e pesante. Altri rumori. Più indugiavamo, e più rischiavamo che le assi sotto di noi si sarebbero spezzate. Se saremmo salite ancora, o se saremmo scese, avremmo fatto del rumore, per così attirare l’intruso, sempre se ci fosse. Non potevamo fare niente.

Di nuovo.

Un rumore.

Ma questa volta fu un colpo d’ali. Tirammo un sospiro di sollievo, era stato solo un uccello.

Non pensammo, però, che l’intruso poteva aver spaventato un volatile. Che dire… il nostro coraggio sembrava non avere limiti. Ed eravamo solo all’inizio della nostra avventura.La seguii fino in cima, dove il pavimento era di pietra e, almeno lì, eravamo al si curo per quanto riguardava il pavimento. Mentre lei guardava a destra, io guardavo a sinistra. La pavimentazione non esisteva; vedevo le stanze che vevamo visitato poco prima, quelle senza soffitto.                                                                 


































Tornando alla stanza delle sedie, era chiaro che camminare lì, era un rischio davvero grande. Mi chiesi se era più sicuro proseguire verso il centro o seguendo il perimetro della stanza ma non riuscii a darmi una risposta perché Jane stava già avanzando.

«Vado io e controllo se è sicuro» arrivò dall’altra parte, io la stavo già seguendo. «Okay, fino a qui va bene, cammina dono sono passata io».

Lo feci solo fino ad un certo punto perché poi andai verso destra, in una stanzina piccolissima. C’era una finestra che dava sulle scale e la stanza senza il pavimento, nulla di più.

La raggiunsi in una stanza vuota, e stava già inoltrandosi in quella seguente. La seguii fino a metà di quell’area, per poi tornare indietro.

«Qui c’è un’altra stanza» proprio sulla sinistra della stanza delle sedie.

Ci sbirciai ed era tanto grande quanto quella che vada sulle scale. A pochi centimetri da me, alle mie spalle, ci furono dei passi veloci che andavano verso le sedie. Durò solo un attimo, ma sentii almeno quattro o cinque passi. Mi voltai di colpo, la mazza da baseball alta.

Jane si stava avvicinando, ma era ancora lontana. «C’è qualcosa lì?».

Osservai la stanza con attenzione. Non c’era nessuno. «No, è piccola. Qualcuno è appena passato di qui». Rientrai dove c’erano le sedie, cercando quel qualcuno che aveva camminato ad un passo da me. Non era un topo: i passi erano quelli di una persona.

Nella stanza dove già c’era Jane trovammo attrezzi per la coltivazione di api tra le ragnatele, sedie vecchie che fungevano da ripiani e cassette colme di giornali, vecchi, scoloriti e ricoperti di sporco. Risalivano al 1981 ed erano almeno cento. Dalla finestra si vedevano i fulmini lontani che a tratti illuminavano il cielo.

«Possono valere qualcosa? So che alcune riviste valgono» dissi mentre ne guardava una.

«Non credo, sono sporche»

In quel momento pensai che aveva ragione, erano vecchie, però probabilmente erano sporche solamente quelle sopra. Forse quelle sotto si erano salvate. Purtroppo non ricordo il nome.

«A qualcuno qui piaceva bere» scherzò.

Osservai le copertine ed era una ricca collezione di una rivista di vini. Solo vini. Se mai torneremo, sarà la seconda cosa che recupereremo, dopo il piatto.

«Non appena siamo a casa ci dobbiamo fare per forza una doccia».

Annuii. Mi sentivo sporca solo guardandomi attorno. Anche l’odore non aiutava. Inoltre, tutti i graffi che mi ero procurata sulle braccia e sulle gambe non mi piacevano, là in mezzo.

«Siamo fortunate se qui non ci becchiamo il colera».

L’aria continuava ad essere ferma, pesante e calda. Puzzava.

La sala seguente era vuota, ogni tanto il pavimento scricchiolava. Mentre lei entrava in un’altra sala io mi sporsi sulla sinistra e guardai giù dalle scale, sempre in posizione di difesa brandendo la mazza. Ero consapevole che un’arma simile non poteva proteggermi da aggressori, ma mi conferiva sicurezza e coraggio. E a me andava più che bene.

Giù da quelle scale, alla fine del corridoio che pendeva verso il basso, sembrava che l’oscurità fosse incentrata lì, tutta 




















della tempesta. Tutti che ci guardavano. Erano rossi e neri, sintomo che soffrivano molto ed erano arrabbiati.

Proseguendo con il racconto, assieme ci recammo alle stanze che seguivano e ci trovammo in un immenso salone, alto due piani, anche se sembravano quattro. Era quasi dispersivo trovarsi lì, dopo aver visitato sale claustrofobiche.

Finalmente, sotto ai piedi, avevamo una struttura solida, basta legno. Penso che se lo fosse stato, la villa sarebbe potuta crollare proprio in quel momento.

«Eccolo!» esclamò lei.

                                            Ecco il portone principale, quello che tanto ci aveva fatto faticare. Non avremmo mai potuto                                                 aprirlo perché era stato sbarrato con almeno sei travi, di cui una era quella di metallo,                                                           verniciata con il color ocra. Appoggiate alla porta giacevano delle altre assi altissime e scure,                                                  alcune erano a terra e capimmo che avevamo fatto cadere più di una trave, poco prima.

                                            «Se ci fosse stato davvero qualcuno ci avrebbe già fatto visita da un bel pezzo con tutto il                                                         baccano che abbiamo fatto cercando di aprirla» scherzò, e ridemmo.

                                            Ai lati del portone c’erano due comodini impolverati, sporchi, ed erano la dimora di tanti ragni.

                                            «Cazzo…» emise.

                                           «Cosa?» seguii il suo sguardo e potei vedere il lontano intonaco sul soffitto. Una cornice bianca                                             richiudeva il soffitto azzurro cielo, una parte si era staccata. Ipotizzo ora

                                             che fosse un’idea davvero bella per emulare un lucernario.

                                             Ispezionando il primo comodino ci rendemmo presto conto che la villa

                                             non era proprio abbandonata come pensavamo. Nel cassetto, aperto da

                                             Jane, trovammo un pacchetto vuoto e accartocciato, era abbastanza

                                            recente, marca Malboro. Lo tirammo fuori, domandandoci di chi era. Non

                                            aveva polvere, come tutto il resto. Sull’altro comodino, invece, poggiava una forbice simile a

                                            quella che avevamo usato per tagliare la rete. Era molto, molto più vecchia e arrugginita

della nostra. La polvere l’aveva già ricoperta.

M’imbattei in della calce a terra, la voltai e trovai il pezzo dell’intonaco che si era staccato.

Sembrava una tela dipinta.

Nel mentre, Jane stava imprecando. «Possibile che sono tutte chiuse ‘ste porte?».

Non ci voleva! Al vedersi, quella porta doveva chiudere una vasta area della villa. Provai io, ed effettivamente la porta era chiusa, però si muoveva. Dovetti spingere un bel po’, e di colpo si aprì.

«Era solo incastrata». Alla fine, era legno vecchio.

Altre scale e altre stanze.

«Puah! Che schifo!» Jane fece un passo indietro e sventolò l’accetta per togliere tutte le ragnatele. Io non ne trovai: erano già tutte addosso a lei che mi aveva liberato il passaggio.

Ci bastò solo un passo. Sembrava che fossimo appena sbarcate in un’altra dimensione: l’aria divenne gelida. Certo, un bene perché là dentro era caldo, ma un male, perché si sa che il freddo è seguito dai fantasmi. O forse il contrario.

Visitammo le sale si quel piano prima di scendere. C’erano mobili ammucchiati, vecchi e malmessi. L’odore di uccelli era onnipresente, compreso lo strato di lerciume a terra e sulla mobilia vecchia.

Jane notò che il pavimento si incrinava sotto di lei, e pensò di avvertirmi. «Stai attenta qui. Passi lenti». Scricchiolava tutto.

Per sbaglio calciai una candela che stava a terra. La raccolsi; era di plastica. Sembrava di un qualche lampadario.

«Che peccato, almeno fosse stata vera» commentò «sarebbe stata più antica».

La riposi a terra. Nella sala seguente trovammo il lampadario appoggiato a terra. Non sapevo dire se fosse caduto o se l’avessero tolto per evitare, appunto, la caduta.

Proseguii, mentre lei si stava ancora guardando attorno. «Passi lenti ma veloci» disse.

Di là c’erano due statue da giardino, di pietra, alte almeno un metro e c’erano raffigurati dei putti. Indubbiamente costosissime, ma come le potevamo trasportare fuori?

La cosa che più mi stupì, fu che dovevano pesare davvero tanto. Nonostante questo, la pavimentazione di legno era in condizioni migliori delle altre stanze.

Ci trovammo di nuovo nel salone principale, uscendo dalla porta che stava in fondo. Fu lì che ci accorgemmo che tutta la villa era collegata.

«Scendiamo».

Anche qui, le scale erano in condizioni disastrose, e forse peggiori delle precedenti poiché sotto non c’era più il cemento a sorreggere le travi pericolanti, ma il vuoto. Una volta giù trovammo vari oggetti e altri mobili. Jane vide uno specchio, talmente lurido che sembrava opacizzato. Me lo passò e con le dita tolsi lo strato di polvere superficiale e finalmente poteva riflettere, più o meno, di nuovo.

Fu nella sala seguente che capimmo come qualcosa non andava. A terra c’era una vecchia bottiglia di birra, ma non fu questo ciò che ci fece mettere all’erta.

Dietro ad una parete, dove poggiavano porte, ante e altri pezzi di qualche cosa di legno, c’era una rientranza. Lì in mezzo una finestra murata e anche un armadio. Jane ci si infilò e lo aprì. Trovammo poche cose, tra cui pezzi di lampadario e stampelle di ferro. Doveva aver pensato a qualcosa di particolare, o visto qualcosa che io non ero riuscita a vedere, perché esclamò più a se stessa: «Ma che cazzo stanno facendo qui?».

Sì, be’, non che a me tutto tornasse. C’era qualcosa che non andava e che non riuscivo ad afferrare. Forse quelle scale con il bambino guardone, o forse per la differenza di temperatura. Sembrava che avevamo guardato tutto lì dentro, però dietro di lei, nel muro, c’era un buco e si poteva vedere le porte dall’altra parte di cui vi ho parlato poco fa. Spuntava anche un’altra cosa, e aveva tutto l’aspetto di una cornice.

«Ma è un quadro?» mi domandai.

Infilai la mano e lo spostai un po’. Che avevo intenzione di fare? Sfilarlo da quel buco? Feci il giro e lo tirai fuori.

Era un quadro!

Lo vide lei per prima, mentre io notai la cornice marcia. «Cazzo, che bello!» dichiarò.

Entrambe a pensare quanto poteva valere. Se poteva valere. Non si capiva molto perché era marrone dalla polvere e dall’età. Raffigurava delle donne in un prato, in basso la tela era un po’ strappata. Provai a pulirlo con le mani, come

avevo fatto con lo specchio, ma non ottenni nulla. Trovai strano non sentire le pennellate ruvide, ma dedussi che fosse una tecnica particolare.

«Dobbiamo portarlo a casa» sentenziai.

Distruggemmo la cornice, si strappò lievemente un lato ma era ancora abbastanza integro. Jane lo arrotolò e lo infilai nel suo zaino.

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La vista era terribile. Dov’era quella stanza? Evidentemente il pavimento doveva essere interamente crollato ma, se era così, dov’era finito? Non avevamo trovato le macerie. Una foto non mancò.

Mi voltai, e in un solo istante compresi che la nostra avventura sarebbe iniziata da lì. Ecco la villa, quella che ci aspettavamo. E sembrava di esserci davvero precipitati in un film horror. La pavimentazione di legno era imbarcata su vari punti. Lercia, sul soffitto c’erano delle travi dove dovevano essersi appoggiati parecchi piccioni negli anni. Quell’odore ci seguì per tutta la nostra avventura. Sulla sinistra, a terra, c’era un buco, e si poteva vedere il piano inferiore. Il buio era totale, e solo le nostre torce ci aiutavano un po’ e illuminavano infiniti pulviscoli fluttuanti. Tre sedie di legno erano in stato di abbandono, come tutto, del resto; ma sembravano in attesa di qualcuno che ci si sedesse. Quella più lontana era rivolta alla parete, come se un pazzo ci fosse appena stato seduto e avesse avuto un’attiva conversazione con il muro. O con un fantasma che era davanti al muro. Le altre due si guardavano a giusta distanza, e la sensazione era che qualcuno ci fosse ancora seduto, e che ci guardava come se avessimo interrotto le loro faccende. In fondo, accanto al buco nero e rettangolare

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nella parete, era appoggiata la porta staccata e dava quel tocco drammatico che mancava alla stanza.

Le torce proiettavano ombre lugubri, tremolanti. Non riuscii ad aver paura perché era talmente simile ad un film dell’orrore, che quasi sembrava finto, troppo scenografico. E invece era reale, dannatamente reale! Parrà strano da sentire, ma è scrivendo questa vicenda che mi sto chiedendo: “Ma quanto abbiamo rischiato? In che razza di posto siamo andate?”. Ho quasi paura in questo momento, che non mentre ero in quell’edificio abbandonato. I miei ricordi balenano tra pazzia e finzione.

Avevo scattato due foto, lei tre. Quella sera non ero riuscita a dormire, una volta a casa, e quindi guardai tutte le foto che avevo scattato. Notai due sagome in piedi, una più alta e una più bassa tra le due sedie. Erano di un colore azzurro, e quindi tranquille. Non ci credetti quando, il giorno seguente, Jane mi riferì di aver notato anche lei, nelle sue fotografie, due sagome identiche alle mie. Una, però, nella sua foto era seduta. Me le mostrò e notai che aveva proprio ragione!

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lì.

Era la bocca nera del male.

Non capii cosa c’era, ma mi sentii osservata dal basso, scrutata e, per la prima volta, in pericolo. Non mento se vi dico che ho visto un bambino dagli occhi neri. Il viso di un bambino che mi fissava. Lo sguardo che penetrava. Mi sentivo inquieta, avevo per la prima volta paura, non mi sentivo più al sicuro. Sentivo che là c’era il male. Ci attendeva, non aspettava altro. La curiosità mi spingeva a scendere, ma nel medesimo non lo volevo. Se il mio istinto urlava di allontanarmi subito? No! Il mio istinto stava fracassando ogni cosa per attirare l’attenzione! E ci stava riuscendo.

Jane mi raggiunse, ma non dissi nulla. Continuavo a guardare quel bambino che, a sua volta guardava me.

Non era pareidolia.

«Non mi piace, non me la sento di scendere» avvisò.

Fui rincuorata sentire queste parole: non ero l’unica ad aver percepito qualcosa di sbagliato, là sotto. «C’è un bambino… mi sta guardando»

«Lo vedo… fai una foto e lasciamo stare. Sicuramente c’è qualcosa, là, ma io non scendo».

Ne scattai una. Il giorno seguente, guardandola, mi salirono i brividi. Il viso di quel bambino c’era, l’avevamo fotografato, ma non nella stessa posizione di quando mi fissava. Con lo zoom, mi fece notare Jane, quello scatto traboccava di visi urlani, mentre altri muti, come la calma prima

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