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Parte I

La villa in cui volevamo accedere era circondata dalle piante e dai cespugli. La conoscevo già da qualche anno e piazzava non troppo distante da casa mia. Mi era piaciuta subito, nonostante la mia sensazione di quando la vidi da fuori non era stata delle migliori. Non badammo troppo a quanto fosse circondata da tutto, per il momento, perché come prima cosa volevamo osservare l’entrata principale che portava al grande giardino. Quello era l’unico punto in cui potevamo osservare la villa. Dovevamo ammettere che era davvero meravigliosa. Anzi, ricordo che la parola che aveva usato Jane era: “Perfetta!”.

Nonostante il cielo era già all’imbrunire vedevamo, dietro al cancello di ferro nero, dell’erba alta quanto noi e, più in là, delle scalinate coperte da cespugli e alberi bassi. Riuscimmo ad intravedere solo i lati della casa, una volta bianchi, ora ingrigiti. Tutte le finestre chiuse fino al primo piano. Potevamo vedere solo la finestra ovale e il tetto a punta nel complesso centrale.

Camminavamo a bordo strada nella semi oscurità in fila indiana, con i nostri zaini sulle spalle. Speravamo di trovare oggetti antichi di valore nella villa, come abiti, gioielli o qualsiasi altra cosa che si potesse rivendere o riutilizzare. Ci consideravamo ricercatrici del paranormale e cacciatrici di tesori. Jane camminava davanti a me, e vedevo i manici della mazza da baseball e dell’accetta uscire dallo zaino. Non conteneva altro, oltre ai guanti; anche il mio trasportava poche cose, tra cui la chiave dell’auto. Per lo più, però, erano totalmente vuoti nella speranza di poterli riempire di tesori perduti.

Con la torcia accesa fingemmo di osservare molto, molto interessate il cartello della fermata dell’autobus, nemmeno ci fosse la ricetta per moltiplicare il denaro… questo, fino a che tutte le auto non ci superammo e così non destare sospetto.

Osservammo il cancello e notammo che era chiuso con un grosso lucchetto arrugginito. Usavamo le torce dei telefoni ma le auto continuavano a viaggiare sulla strada, illuminando le viscere della notte. Non appena le sentivamo schizzavamo appiattite delle foglie dei cespugli ai lati del cancello, all’ombra, e nascondevamo le luci. Era proprietà privata: due persone che si aggiravano attorno non era una cosa positiva.

Provai a spingere il cancello ma, più che muoverlo di una ventina di centimetri, non si apriva nemmeno uno spiraglio. Potevamo scavalcarlo, se fosse stato più basso e senza quelle decorazioni con la punta verso l’alto. Ai nostri lati avevamo delle reti verdi, piuttosto recenti, alte come minimo tre metri.

«E se la scavalchiamo?» propose Jane.

La osservai un attimo ma per me era troppo alta. Non mi sentivo sicura a saltare dall’altra parte una volta salita. Inoltre: i rombi della rete erano troppo piccoli e non avevo modo di infilarci le scarpe per scalarla. O, forse, c’era un altro metodo che io non conoscevo.

Superammo il cancello e proseguimmo lungo il perimetro. La vegetazione, al di là del fossato asciutto, era fitta e non ci fu difficile notare come ci fossero non una, ma ben due reti a proteggere la villa. Quella alta era la stessa che Jane voleva scavalcare – o sorvolare. La seconda era bassa ma totalmente arrugginita, quindi più vecchia. Ad aggiungersi a quella doppia scocciatura c’erano i rovi pungenti e il filo spinato sulla rete più recente. Una cosa che avevamo capito era questa: la rete verde, ossia la più recente, era stata aggiunta dopo l’abbandono della villa. Quindi: cos’è che volevano nascondere? Ed è proprio quello che lei disse: «Tutte queste sicurezze per proteggere… cosa? Dev’essere qualcosa d’importante all’interno».

«A questo punto tagliamo la rete» dissi, non trovando nessun accesso possibile. Insomma, se una cosa non c’è, te la crei. Così la pensavo.

«Ho dimenticato la forbice sul tavolo» rispose.

«L’ho presa io» fortuna che mi ero accorta che sarebbe stata dimenticata sulla tavola, e allora avevo pensato bene di afferrarla per metterla sul fondo dello zaino che quasi poteva fare eco da quanta aria conteneva. La presi subito, e cercammo un piccolo spiazzo senza alberi e rami per poter arrivare alla rete. Era arduo perché o c’erano troppi rovi, o c’era la doppia rete, che quella vecchia ci era impossibile da tagliare. Fino a che trovammo il posto giusto.

«Prima gli zaini» Jane, a quanto pare, aveva già avuto a che fare con queste cose.

Fortunatamente avevamo lo spazio, più o meno, per starci entrambe. Lei può confermarvi quanto ho litigato con i rovi perché mi lasciassero uno spazio anche per me.

Era una condanna rimanere lì! Le spine mi graffiavano ogni secondo e ad ogni auto che correva sulla strada dovevamo accucciarci. Eravamo all’ombra, nell’oscurità praticamente totale, ma speravo, e forse anche lei, che i fari non illuminassero la sua maglia arancio e il mio zaino rosso. “La prossima volta”, pensai, “dovremmo vestirci di nero”.

 Con la forbice di ruggine pinzai la rete, ci volle un po’ ma fortunatamente si ruppe. Bene, adesso mancavano tutti gli altri punti in verticale, come vedevo fare nei film. Fortuna però che mi arrivò un colpo di genio! Perché tagliare la rete tante e tante volte, quando potevamo sfilarla come fosse un filo? Risparmiammo un mucchio di tempo.

«Bene! Una volta dentro dovremmo essere al sicuro».

Concordavo con lei: c’erano troppe, davvero troppe piante perché ci potessero vedere dalla strada.

Jane tagliò altri tre punti della rete e la sfilammo. Finalmente potevamo passare! Per il filo spinato fu semplice: dal momento che era troppo spesso da tagliare eravamo costrette ad aprire la rete da un punto basso, e per entrare abbiamo dovuto accucciarci. Anche qui valeva la regola del: “Prima gli zaini”.

Giuro che per quella apparentemente semplice operazione ci impiegammo ben quaranta minuti! Però eravamo nel giardino con l’erba alta più della nostra vita, ed era la nostra prima conquista. Però lì, davanti all’apertura della rete, ancora non eravamo al sicuro perché avrebbero potuto vederci. Quindi fu tutto un alzarsi e abbassarsi per confondersi nelle tenebre. Jane, e per questo mi stava divertendo, si gettava a terra e finiva distesa in mezzo secondo al passare delle auto, per poi rialzarsi nello stesso quantitativo di tempo. Questo, per molte volte. Palestra: ci fai un baffo!

Finalmente potevamo almeno usare la luce che il display dei nostri telefoni emanavano per orientarci, senza doverla nascondere ad ogni auto. Grazie al chiarore della luna potevamo vedere le colonne imponenti della villa, le scale. Era diversa. Era bella. Spaventosa. Era come se, nel giardino della villa, essa cambiasse aspetto, pur restando la medesima.

Ci accorgemmo però, pochi passi dopo, che eravamo al limite dell’essere invisibili: un altro passo e saremmo state visibili attraverso il cancello. Ci fermammo a programmare il da farsi. A qualche metro da noi stava un cespuglio davvero grande. Bastava raggiungerlo che saremmo state coperte dalla vegetazione e finalmente al sicuro da occhi indiscreti.

«Ce la facciamo una corsa fino a là?» mi chiese.

Valutai un attimo. «Non so… l’erba è alta, alla fine non è così distante…». Anche se, tutto sommato, una corsa poteva starci.

E allora la corsa iniziò. Sentivo l’erba abbassarsi sotto ai miei piedi, unirsi, legarsi, e procedere era sempre più difficile. A tre quarti della strada da percorrere l’erba si trasformò in una fascia rigida e inciampai. Jane, accanto a me, si fermò e risi. Stavo bene, l’erba però non molto. Mi rialzai e con più calma raggiungemmo il retro del cespuglio terribilmente nero.

La villa imponeva su di noi minacciosa e il cielo alle sue spalle era sempre più scuro. Vedere, ormai, risultava difficoltoso senza la torcia.

Ci mancavano solo le scale, solo loro ci separavano dalla porta che non ancora riuscivamo ad intravedere. Ai lati dei primi scalini c’erano due statue di donne, una per parte, come guardiane di quella vecchia dimora.

Chine, per essere meno visibili, come due soldati salimmo le scale spostandoci a destra e a sinistra per schivare le radici che risultavano degli ostacoli pericolosi davvero. Oltrepassata quella selva verde, o nera per la notte, eravamo dinanzi all’enorme porta di legno vecchio e marcio. Jane si fermò di colpo dopo aver sussultato e guardava alla sua sinistra. Strizzò gli occhi, pensando che quella sagoma fosse una persona. Però, anche sulla cima, in parallela con le statue in basso, ce n’erano altre due identiche che avevano tutto l’aspetto di una persona. Con tutta quell’ombra erano inquietanti.

La porta che troneggiava davanti a noi, una volta, doveva essere stata verde, ma in quel momento appariva come un buco nero..

Nascoste dalla piccola foresta sulle scale potemmo accendere le torce e illuminare quello che la luna non poteva più fare.

Scalpitii, rumori. Sussultammo a questi rumori che ci sovrastavano e capimmo che non eravamo soli. Sopra di noi, nella tettoia indescrivibilmente alta, c’erano decine e decine di pipistrelli che, quando la luce li sfiorava, vociavano la loro rabbia per la tranquillità negata.

Riprese dallo spavento finalmente potemmo dedicarci alla porta di almeno cinque metri d’altezza. Eravamo arrivate, bastava spingere e ci saremmo trovati dentro a quella spaventosa, enorme, casa.

«Dammi un’arma» dissi ispezionando il buco che ci permetteva di veder quanto buio fosse l’interno. «Non si sa mai». E poi, già sembrava di essere in un film di due ragazze ribelli, così potevamo quasi fingere di recitare.

Jane mi allungò la mazza da baseball, e la brandii come fosse la cosa più preziosa che avevo. Non che mi aspettassi di trovare qualcuno ad accogliermi, ma non si poteva mai sapere. Avevo anche pensato a degli animali, che so, orsi, ma non trovai motivi per avvalorare le mie teorie per cui non avevo mai detto nulla al riguardo.

Appoggiai le mani, spinsi, e mi aspettai di vedere un immenso salone nella semi oscurità; e, perfettamente secondo la regola del: “Se una cosa è tanto difficile da raggiungere un motivo c’è”, anche quel maledetto portone era chiuso. C’era una maniglia, però. Girandola non si otteneva altro che del rumore inutile. Le decine di minuti seguenti diventammo degli arieti. Voi non avete idea di quanti calci e spallate quella povera e indifesa porta dovette sopportare. Jane non si risparmiò nemmeno delle schienate con rincorsa inclusa. Il rumore che provocavamo era decisamente troppo, e quasi mi stupii che i vicini non avevano già chiamato la polizia. Ma, come avevamo già pensato in auto, una volta dentro ci saremmo nascoste in eventuali bauli nei piani superiori per sfuggire a loro. Se andava male, la scusa che Jane aveva escogitato era: “Io sono una medium; ho sentito che qui c’erano anime che stanno soffrendo proprio tanto, e il mio desiderio era di entrare e liberarle dal loro tormento”. Una notte in cella non ce l’avrebbe tolta nessuno ma, almeno, era sempre meglio di dire: “Siamo entrate per recuperare cose di valore e tesori”. Oltre alla violazione di domicilio ci mancava solo il furto.

A ricordarci che dovevamo fare meno rumore erano, ancora, i pipistrelli, e Jane li rimproverò nel dialetto locale: «Ai babastrii!».

Spesso, oserei dire troppe volte, udivamo dei suoni confortanti e l’impressione era che la porta fosse finalmente aperta. E invece era tutto inutile. Non avete neppure idea di quanto odore di escrementi di volatili sapeva quella porta, e l’intero porticato.

Notai una cosa curiosa: «E’ stata chiusa dall’interno» quindi, a rigor di logica, chi l’aveva fatto doveva essere uscito da un’altra parte.

Ma, visto il buio pressoché totale e l’erba debilitante, l’unica opzione plausibile, in quel momento, era persistere con il portone.

Dopo altri tentativi invani, Jane pensò di entrare da una delle finestre a lato di quella porta così ostinata.

«E se togliamo i chiodi dei cardini e togliamo i balconi?» chiesi.

Guardò da vicino se la cosa fosse possibile. «No, c’è troppa ruggine: non ce la facciamo».

Brandendo l’accetta cercò di aprire uno dei balconi, ma si rese presto conto che era stata murata all’interno, e anche l’opzione della finestra fu scartata. Intanto, già da un po’, dei fulmini lontani lampeggiavano nel cielo, anche se di pioggia ancora non se ne vedeva.

«C’è una finestra aperta a lato delle scale» dissi.

«Ah sì?»

«Ma non credo possiamo raggiungerla».

Mi avvicinai verso la finestra, nel bordo delle scale. Senza usare il flash, per evitare di essere vista dalla strada.

«Stai attenta perché da lì la caduta è alta» mi avvertì.

L’avevo notato anche prima per cui stavo già prestando molta attenzione. Mi raggiunse e constatammo assieme che era irraggiungibile, o comunque particolarmente pericoloso da arrivarci. Vi dirò, per fortuna che grazie alla luce dei telefoni siamo stati in grado di scorgere una grata di ferro, altrimenti avremmo rischiato arrampicandoci tra l’edera nella parete. E vi dirò anche, che io sarei stata disposta a rischiare pur di entrare.

Indugiai per un attimo, ad osservare l’interno nero come la pece. Vidi una figura scura e immobile in cima alle scale; Jane mi stava aspettando. Salii e quando le fui ad un metro, esattamente dietro di lei, si accese una luce.

Merda! C’era qualcuno! E qualcuno significavano guai!

Il mio cuore perse un colpo, il fiato mi mancò e mi bloccai. Bastò però un secondo perché la figura di Jane assunse un aspetto statuario: l’avevo confusa per la statua della donna! Lei era esattamente dietro, con il telefono in mano.

Tornammo alla porta e Jane infilò il braccio del buco del portone, senza pensare se potesse essere pericoloso o meno. Sembrava davvero che avesse capito come funzionava la serratura perché disse che c’era una trave che bloccava la porta. Continuava a girare la maniglia esterna, a spostare la mano all’interno, e spesso esclamava qualche monosillabi che ogni volta mi faceva sperare di vedere aprirsi quella porta. Alcuni minuti dopo le chiesi in prestito la sua accetta e mi spostai sulla finestra di destra, sperando che almeno quella, dietro ai balconi, non fosse murata. Infilai la lama metallica nella fessura tra le due ante e feci leva. Si spostavano, questo sì, ma non sarei riuscita ad aprirla facendo così. Tornai da lei, nella speranza di esserle utile in qualche modo.

«Mi serve l’accetta».

Le la porsi.

Di nuovo infilò il braccio dentro a quel buco, accetta inclusa, e cercava di fare leva.

«Ah!» emise per l’ennesima volta.

Non sapevo più se potevo gioire, di nuovo, o risparmiarmi un’illusione. Iniziò a tirare l’arma ma sembrava bloccata. Appoggiò il piede alla porta e fece forza con tutte le sue possibilità.

«Sembra che qualcuno la stia tirando dall’altra parte» commentò.

L’accetta si liberò di colpo, si udì un fracasso all’interno e capimmo: l’asse che bloccava la porta era appena caduta! Finalmente!

Ci guardammo; ce l’avevamo fatta? Appoggiò le mani e spinse, ma non era cambiato proprio niente. Notammo subito che il blocco che rimaneva stava più in alto, e lo vedemmo piazzare dalla parte alta del foro. Non capivamo di che materiale era, ma Jane la colpì con l’accetta. Il colpo risuonò e capimmo che era di metallo.

«Non mi va nemmeno di fare tutto questo rumore…».

Riprovammo allora con le maniere dolci. Più spallate riceveva, e più sembrava sul punto di crollare.

«Buttiamola giù!» esclamai «così siamo a posto»

«Non possiamo, poi non potremmo più tornare. Hai idea di quanto rumore faccia una porta di queste dimensioni se cade?»

«Se solo si sentissero i tuoni potremmo. I vicini scambierebbero il rumore della porta per i tuoni».

«Ma non ci sono».

Provai con qualche altra spallata e qualche calcio, in verità con tutta l’intenzione di buttarla a terra. Ma era inutile, ci sarebbe voluto troppo tempo.

«Facciamo il giro della casa, forse troviamo un’altra entrata».

Concordai, lo stavo pensando anch’io. L’oscurità si era già impadronita si tutto, e con il telefono puntato a terra cercavo di intravedere gli ostacoli. Proprio mentre mi stavo portando vicino al bordo delle scalinate inciampai, ma ripresi l’equilibrio. Non credo che Jane se ne accorse. Meglio così: da buona amica mi avrebbe certamente preso in giro.

Scendendo le scale, alla mia destra, udii dei rumori. Sussurrai a Jane di fermarsi e di non proseguire. Aveva iniziato a dire qualcosa vicino alla statua ma non l’avevo ascoltata: ero impegnata a capire se quel rumore era una minaccia. Mi disse poi che le parole che aveva pronunciato erano: “Certo che sei proprio spaventosa, ma bella”.

Sul bordo delle scale, nella provenienza di quel rumore, l’erba si muoveva.

«Aspetta, c’è qualcosa». Con i nervi tesi osservai immobile. Capii presto che si trattava di qualcosa con piccole dimensioni, forse un gatto. «Okay, era un animale».

Mi avvicinai a lei e la vidi appoggiare una mano sulla spalla della statua della donna. Una di quelle dannate statue che più e più volte credevamo fossero persone.

A Jane pareva fosse viva perché quegli occhi di pietra la fissavano intensamente, per

questo decise di parlarle. «Per favore» le disse, «facci entrare. Siamo solo delle curiose

e non disturberemo il posto. Aiutaci a trovare un modo per entrare, ti prego. Aiutaci».

Io l’avevo guardata in silenzio, non mi mossi per timore di disturbare quella

conversazione che sembrava talmente intima e profonda. Sembrava che la statua

potesse ascoltarla.

Ora staccò la mano e avanzò.

Proseguimmo sulla sinistra, verso tutte quelle piante secche e abbandonate. Le torce

dei telefoni puntate rigorosamente a terra per evitare di essere viste. Mi stupii nel

vedere che la villa proseguiva, che aveva un’altra struttura adiacente. Più che altro,

intravedevo il muro bianco tra l’erba selvaggia. Pensai che fosse dove i domestici

andavano a dormire.

Mentre mi allontanavo sulla destra, Jane s’infilò tra delle piante per cercare eventuali

porte; io avanzavo verso quella parete chiara. La sentii imprecare, temevo fosse in

pericolo e la raggiunsi. La vidi tornare indietro sbraitando le braccia.

«Tutto bene?» domandai.

«Ragni, solo ragni! Bleah, che schifo!».

Sorrisi, almeno non le era accaduto niente.

«Chissà quanti ne avremmo addosso»

«Non farmici pensare…»

Nel mentre lei indugiava a cercare lì, tornai sui miei passi e trovai un porticato con tre archi.

«Jane, vieni qui». Ammetto di essermi allontanata troppo in quel momento. Anziché aspettarla mi stavo avvicinando alla parete dove c’erano ben due porte, ma solo quella di legno verniciata al color panna, divenuta ormai vecchia, era aperta. L’altra, sulla sinistra, era stata montata di recente anche se la maniglia oro era arrugginita, la porta rovinata e impolverata. I ragni avevano costruito un mucchio di complessi abitativi, segno che non veniva aperta da tempo, da almeno dieci anni. –Per la precisione quattordici, da quando nel 2002 fecero qualche blando lavoro all’interno, ma questo lo scoprii solo il giorno seguente-. Provai ad aprirla ma fu inutile.

«Sei tu?» mi arrivò da lontano.

«Ho trovato qualcosa» risposi. Ma non era quello che lei stava chiedendo «Sì, sono io».

Mi avvicinai alla porta più a destra, s’intravedeva il pavimento grezzo nell’oscurità. La parete che ci accoglieva di fronte a noi con le mattonelle chiare segnava una data in graffiti di spray, di cui ricordo solo l’anno: 2013. Era chiaro che qualcuno era già arrivato fino a lì prima di noi, avevo il sentore però che fossero dei ragazzi, solo per il gusto di infrangere una legge o fare qualcosa di “diverso”, ma che non avessero proseguito oltre.

Noi l’avremmo fatto.

Dopo quasi un’ora di tentativi con il portone principale ce la facemmo.

Ed è qui che entrammo effettivamente in quella villa.

Ed è fra poco che ci parve di esserci catapultate in un film horror.

Ed è da questo momento che non avremmo potuto tornare indietro, qualora qualcosa fosse andato male.

Non mi sfiorò nemmeno per un momento l’idea che poteva esserci qualcuno all’interno, che poteva essere pericolante, che poteva esserci effettivamente un animale feroce rintanato, lì. Forse anche Jane non ci stava facendo caso.

Non pensai.

Entrai e basta.

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