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Il Mistero di Contrada Orsetti

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Siccome a me non piace continuare ad alimentare una leggenda quando, in realtà, altro non è che frutto di menti troppo fantasiose, con questo articolo probabilmente mi tirerò addosso l’odio di parecchie persone ma, chi mi conosce, ormai sa che preferisco presentare una noiosa verità, anziché un'avvincente bugia. Per questo motivo, quest’estate, il 26 luglio 2016, decisi di andare a “caccia” della, così conosciuta, Contrada Orsetti –nonostante di indirizzi non ve n’erano. Risolvendone pure il mistero!


Ma, prima di iniziare, ecco le lacunose informazioni che si trovano online al riguardo:


Provincia: Vicenza, località Recoaro Terme, alla base del monte Scandolara

Tipologia: Borgo Rurale

Periodo: XX secolo

Motivo abbandono: Sconosciuto

Accesso: Su strada sterrata


Online, e potete verificarlo anche voi, si dice di come questo borgo era situato vicino a due cave di un materiale lapideo e queste case erano abitate da chi lavorava alle cave e da un signore molto noto di nome Renzo Sabion.

Sabion vagava nelle contrade dei dintorni con il prodotto ricavato dalle miniere, che veniva utilizzato per lavare principalmente le pentole ma la sua casa fu incendiata nel 1989, anche se era già abbandonata.


Bene, ecco tutto.


(Le informazioni sono state prese dal sito PaesiFantasma.it, che li ringrazio per avermi fatto scoprire questo piccolo borgo!).


Io ci sono stata, ho riempito il posto di foto –dove qui ne metterò solo qualcuna- e condotto ricerche approfondite. Partendo per ordine, è andata così:


Sono partita con la mia piccola macchinina rossa e uno zaino contenente poche cose: acqua per far fronte al caldo afoso, una coperta, incensi, candele e la mia inseparabile tavola Ouija. Ero gasata ed eccitata dall’idea di visitare un posto infestato per la prima volta. Online avevo trovato ben poche cose, e mi erano rimaste molte domande, tra cui:

Perché il paesino era stato abbandonato?

Perché le miniere erano state abbandonate?

Quale materiale si raccoglieva nelle miniere?

Perché avevano dato fuoco alla casa di Sabion?

Che fine aveva fatto lui, e tutti coloro che vi abitavano lì?

Ma, queste, sono solo alcune delle domande. Le mie peripezie durarono mezza giornata, una mezza giornata che mise a dura prova la resistenza della mia povera e vecchia macchinina tra curve, salite, discese e strade pericolanti. Andai su un monte sbagliato dove sembrava di essere finiti totalmente in un altro luogo, dove le case erano vecchie e in parte di legno. I paesani mi spiegarono che quello non era il monte che stavo cercando e mi diedero un indirizzo da inserire sul navigatore ma non era corretto neppure quello. Non so quanti sconosciuti interpellai, ma di certo non erano pochi. E, quasi nessuno, era a conoscenza di un posto chiamato “Contrada Orsetti”.

Le domande si accumulavano.

All’ultimo tentativo, fortunatamente, trovai il posto giusto. La batteria del telefono già mi implorava pietà. Una signora mi indicò dove parcheggiare l’affaticata macchina e la strada che avrei dovuto percorrere.

Ci sono quattro case lungo il percorso”, mi disse “la prima che troverai è stata acquistata da poco e la stanno ristrutturando, quelle che trovi poi sono le case che stai cercando. Anche se non c’è niente da vedere”.

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E così presi il sentiero, impercorribile con un mezzo, e iniziai la mia salita. Più in là di quanto pensassi trovai la casa in ricostruzione. Proseguii non poco in quella stradina faticosa ma, finalmente, ecco i ruderi ammassati su se stessi!

Faceva davvero impressione! L’erba, e gli alberi crescevano tra le macerie delle poche pareti rimaste in piedi. Dei vari piani, di ogni casa, non v’erano traccia. Le travi dei pavimenti superiori erano tutti a terra e, tra le macerie, si vedevano vecchi reti di qualche letto. Per farvi capire la situazione, dal “pavimento” che avevo sotto i piedi si intravedeva la parte in alto di una stufa. Quindi, io, se volevo potevo camminare sulla stufa perché era al livello del suolo. Si vedevano anche tubi vecchi e le attaccature del lavandino staccato, semi sprofondato in quel suolo difficile. Muri, tegole, mattoni e quasi ogni cosa era stata annerita da un incendio avvenuto molti anni prima.

Nonostante questo, nonostante come la visione facesse rabbrividire, l’energia era molto leggera e faceva già solo da questa cosa presupporre che non fosse poi così “infestata” o “pericolosa”. La situazione era così anche nella casa seguente. Me ne mancava solamente una da vistare.

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Una cosa che ancora non vi ho detto, è che c’erano persone che andavano avanti e indietro. Una seconda cosa che non vi ho detto, è che non era un “paesino”, ma poche case in mezzo al bosco.

E insomma, questo “paesino infestato” non era poi così isolato come pensavo all’inizio, ed infatti fu proprio un signore con un cappello che si fermò e mi domando: “Cosa stai cercando qui in mezzo?”, mi guardava sinceramente incuriosito.

Gli spiegai cosa si dice in giro, e che ero interessata un po’ alla storia locale, del motivo dell’abbandono di quel posto e lui fu disponibile a raccontarmi.

Lì vi abitavano poche famiglie, tutti parenti tra loro, ma Renzo Sabion era l’unico a lavorare nelle miniere, che poi “miniere" non erano, ed erano pure una. Parlava come se fosse un personaggio conosciuto un po’ da tutti e non così misterioso.

Sabion raccoglieva della sabbia, durante la guerra, e la vendeva soprattutto alle donne perché era utilissima per scrostare le pentole e le padelle. Da qui il suo cognome. Sabbia> Sabion. In quegli anni era una persona benestante e molto conosciuta appunto per il suo commercio di sabbia.

Lui fu l’ultimo a rimanere lì poiché gli altri abitanti cambiarono casa: i figli dei proprietari si trasferirono in centro paese, per non essere così isolati dai servizi quali ospedale, supermercati ecc…

La guerra finì e della sabbia nessuno aveva più bisogno però, un po’ per amicizia e un po’ per vecchi ricordi, c’era ancora qualcuno che comprava la sabbia da lui. Con gli anni a venire la moglie si ammalò, morì di cause naturali e Sabion non trovò altro motivo per rimanere lì da solo e se ne andò.

Proseguendo c’era un’altra casa; l’ultima. Il simbolo Nazzista, che nei tempi più antichi rappresentava il sole e il potere, piazzava proprio al centro di quest'ultima sul rosso sbiadito. L’interno, crollato, presentava scritte quali “Casa del Diablo”, “Andate via, VIA!”, “Morte” e via dicendo. Dapprima mi fece ammutolire, ma cercando sotto le macerie trovai parecchie cose, tra cui vecchie reti rotte di alcuni letti, radici, tegole, macerie e tanta, davvero tanta terra. C'erano addirittura ancora dei sacchi contenenti sabbia, appartenuti a Sabion. Insomma, non trovai proprio niente!

Anche lì, le energie non avevano nulla di particolare, se non le stesse che si potrebbero trovare in mezzo alla natura.

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Lì dentro trovai una stanzina, una delle sole due, che era semi nascosta dalla strada; ne approfittai così nessuno potesse vedermi e accesi un paio di candele e degli incensi. Estrassi la tavola Ouija sopra alla coperta e sapere cosa scoprii? Che non c’è alcuno spirito, lì! E' un posto buono per meditare e ritualizzare.

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Raccolsi le mie cose e stavo per andarmene quando incontrai nuovamente la signora che mi aveva gentilmente indicato la strada per raggiungere Orsetti. Mi chiese se rimasi delusa di ciò che avevo trovato e dedicò dieci minuti del suo tempo per approfondire ciò che il signore di prima mi raccontò.

Il motivo di quelle scritte? Le anziane dicevano ai figli e ai nipoti di tenere le distanze da quella casa perché era la “Dimora del Diavolo”, un’alternativa all’uomo nero per un posto pericoloso, e con pericoloso intendo pericolante e vecchio. I ragazzi ci andavano a drogarsi in quelle case e così con lo spray scrissero vari graffiti al riguardo in quelle pareti, giusto per "rafforzare" le dicerie delle nonne.

Non volle accusare nessuno, ma uno degli ultimi abitanti di quella contrada diede fuoco volontariamente alle case per evitare che i ragazzi andassero a “sballarsi”. O, comunque, così è ciò che dice la gente.


Un’ultima cosa: perché si chiama Contrada Orsetti e sono in pochi a saperlo? Questa donna spiegò che non è il vero nome della contrada, ma si chiama così poiché chi ci abitava avevano così tanti peli addosso che veniva chiamata “famiglia Orsetti”, appunto perché assomigliavano a degli orsetti! Buffo, no?


Bene, adesso che ho sfatato questo mito, e adesso che mi sarò tirata addosso l’odio di un po’ di persone, ho concluso!


Una cosa che non ho scritto è che non ero da sola in questa avventura, e lo scrivo ora in ricordo di quel che era, e di quel che non è più.