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I Lamenti di Sumer
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Tutta la storia di Sumer, miti compresi, fu scritta in alcune tavolette incise in scrittura cuneiforme. Quando Sumer arrivò alla fine della sua era vennero scritte le ultime tavolette, una per ogni città, con dei nomi particolari:


-Il Lamento per Sumer e Ur

-Il Lamento per Nippur

-Il Lamento per Eridu

-Il Lamento per Uruk


Gli Déi, -Annunnaki-, in quegli scritti vennero

descritti proprio come uccelli che salgono in

cielo e volano via. Raccontano di palle di fuoco

che scendono dal cielo, che distruggono tutto.

Le persone muoiono una ad una, mentre supplicano i loro Déi di far placcare quella tremenda vicenda. Ma gli Déi non possono che guardare impotenti, alcuni in lacrime perché non possono fermare quella distruzione. Enki e Ninhursag sono coloro che più sono dispiaciuti osservando la scena, poiché furono loro due a creare la specie umana. E loro due coloro che la presero più a cuore.

I Lamenti sono quattro, e uno più tremendo dell'altro.


Questo che vi riporto come primo è quello di Ur, la città più grande di Sumer. Quella dedicata ad Nanna -Ishtar/Astaroth-, se non sbaglio. (Il Tempio della città, un tempo appartenuto ad Anu fu donato alla nipote Nanna, e così anche la città fu votata a lei).

Purtroppo non riesco a trovare tutti i lamenti, ma spero di rimediare prossimamente.


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Il lamento di Ur

«Io allungai avanti il piede, distesi larghe le braccia
ad An diedi sfogo alle mie lacrime
a Mullil io, in persona, presentai la mia supplica:
La mia città non la si distrugga! dissi loro
Ur non la si distrugga! dissi loro
La mia gente non sia annientata! dissi loro"»

«La casa fidata... come tenda, come capanno che viene disfatto finita la messe è esposta al vento e alla pioggia.»

«Ninlil ha abbandonato quella casa, il Ki-ur, ed ha lasciato che la brezza tormenti il suo ovile. La regina di Kish la ha abbandonata e ha lasciato che la brezza tormenti il suo ovile. Ninmah ha abbandonato quella casa Kish e ha fatto sì che la brezza tormentasse il suo ovile.»

«Ahi! Le tormente si sono abbattute su tutto il paese;
la violenta bufera celeste, la bufera rombante,
la triste bufera ha imperversato su tutto il paese.
La bufera che distrusse le città, la bufera che distrusse le case;
la bufera che distrusse le stalle, la bufera che distrusse gli ovili;
(la bufera) che ha impedito i riti sacri,
che ha rovesciato con mano profana l'altissimo consiglio.
La bufera che ha tagliato via ogni bene dal paese,
la bufera che ha immobilizzato i "capineri".»

«L'alta montagna inaccessibile, E-kic-nu-jal,
la casa fidata l'hanno tutta consumata asce potenti
I Sua dell'Elam, da barbari, ne han fatto buon mercato
La casa fidata l'ha demolita il piccone, -il popolo geme!
la città è mucchi di rovine, -il popolo geme!»

«"eden kiri-zal bi du-du-a-mu gir-gin ha-ba-hu-hur" »

(La mia pianura rigogliosa si è inaridita come un forno screpolato.)

« "La città da te ridotta in mucchi di rovine possa innalzare il suo lamento
Nanna, la città che tu avrai restaurato ti farà omaggio; possa
passare davanti a te come una stella irraggiungibile dalla calamità».

Qui ne viene un altro.
«Alla porta principale, nelle sue strade i cadaveri erano a mucchi;
lungo il corso, rigurgitante nelle feste, giacevano sparsi.
Nelle strade, nei vicoli, vi erano cadaveri;
nei luoghi aperti, soliti a riempirsi di danze, era accatastata la gente.
Il sangue del paese riempie le buche come metallo nello stampo;
i cadaveri si dissolvevano come grasso di pecora al sole.
La gente finita dall'ascia, non la riparava il copricapo;
giaceva con la faccia nella polvere, come gazzella presa nel laccio.
Gli individui colpiti dalla lancia non avevano indossato il pettorale (di difesa),
giacevano nel loro sangue come se la madre li avesse dati allora alla luce.
Quelli che aveva ucciso l'arma mitum non si erano legati il cinturone.
Pur non essendo ubriachi, alla gente ciondolava il capo.
Chi s'era opposto alle armi, le armi l'avevano colpito, il popolo geme!
Chi aveva tentato di fuggire, lo prostrò la bufera.
In Ur, deboli e robusti, (tutti) li finì la fame;
vecchie e vecchi che non erano usciti di casa, li consumò il fuoco.
I piccoli in grembo alle madri, l'acqua li trascinò via come pesci;
alle balie venne sciolto (a forza) l'abbraccio (dei piccoli).
Il senno del paese s'è perduto, -il popolo geme!
il consiglio del paese s'è perduto, -il popolo geme!
La madre distoglie lo sguardo dai figli, -il popolo geme!
il padre si volta via dai figli, -il popolo geme!
Nella città la donna è abbandonata, i figli sono abbandonati, la proprietà dispersa;
i "capineri" (cercando) un rifugio si disperdono in tutte le direzioni.»
Eccone un'altra.

Sulla Terra (Sumer) cadde una calamità
sconosciuta all’uomo una che mai prima fu vista,
una che non poté essere sopportata.
Una grande tempesta dal cielo…
Una tempesta che uccideva la Terra… 
Un vento maligno, come un torrente impetuoso…
Una cruenta tempesta unita a un calore divampante…
Privava di giorno la terra di sole splendente,
la sera le stelle non rilucevano.

Le persone terrorizzate a malapena respiravano;
le ghermiva il vento maligno
senza concedere loro un altro giorno…
Le bocche erano piene di sangue,
le teste nel sangue sguazzavano…
Il volto era reso pallido dal vento maligno.
Provocò la desolazione nelle città,
la desolazione entrò nelle case;
le stalle divennero desolate, 
e vuoti gli ovili…
I fiumi di Sumer fece scorrere
con un’acqua amara;
i campi ben arati diedero gramigna,
nei pascoli crebbe erba appassita.







L'epopea di Erra:


La Terra distruggerò,
di loro farò un cumulo di polvere;
le città scardinerò,
le tramuterò in desolazione;
farò scomparire gli animali:
dei mari farò un tumulto
e ciò che in essi vive io decimerò:
la gente farò svanire,
le anime loro si tramuteranno in vapore;
nessuno verrà risparmiato.​



Man mano che troverò lamenti li inserirò qui. Se ne trovate di altri potete segnalarli.